Kabul – La realpolitik vista dalla camera operatoria

East Kabul looks over a king's grave on Maranjan hilltop, Afghanistan, Thursday, Jan. 16, 2014. As some of the areas once destroyed have been rebuilt, people have been returning to Kabul since the fall of the Taliban regime in 2002. (AP Photo/Rahmat Gul)

Kabul, martedì 25, otto e mezzo. Bomba anche stamattina. «Tre pazienti feriti da schegge» informano via radio dal pronto soccorso. Buongiorno, Kabul. In corsia incontro Bismullah. Va a casa. Fa parte di un altro «lotto» di feriti, quelli del 4 luglio, sempre a Kabul: «razzi» secondo qualcuno, «autobomba» per altri. Operato al cervello, era stato e ricoverato in coma nella Rianimazione. Ha trentacinque anni, sopravvivrà, ma non parla, ha bisogno di assistenza continua.

Come Amin, ferito con lui: la gamba sinistra portata via dall’espolsione, la destra fratturata e porno con grandi ferite, un occhio fuori uso. Ha quarantatré anni, si guadagnava la vita spingendo un carretto di legno nel bazar a trasportare sacchi di patate e cipolle.

Il loro futuro? Mentre indosso gli abiti verdi di sala operatoria, mi chiedo se capiranno mai «le ragioni della politica». Si convincerà Amin che era necessario che il suo corpo finisse a pezzi, perché a migliaia di chilometri nel 2001 hanno deciso di bombardare e occupare l’Afghanistan? Bismullah potrà capire che la lesione del suo cervello era indispensabile, perché qualche Paese potesse «tener fede ai propri impegni internazionali»?

Il camice, i guanti, si ricomincia. Penso a un altro Bismullah, che avrà tempo per capire, che ha solo quattro anni e ha già perso una gamba: l’11 luglio era in auto con la sua famiglia, quando sono stati centrati da un razzo delle «forze della coalizione». Il padre, Sardar, è morto alle cinque del mattino dopo, in ospedale. La mamma Marja, trent’anni ha avuto il seno devastato.

Il piccolo instabile Bismullah dovrà adattarsi alle stampelle e all’idea che sono servite a stabilizzare il governo Karzai. L’intervento non dura molto, una scheggia in una coscia, nessuna frattura. Passo a fare il giro nella Rianimazione, adiacente alle sale operatorie.

Abdul Samad, trentotto anni, ci ha lasciato. E ha lasciato anche cinque bambini. Era da noi dal 5 luglio. Andava in ufficio come ogni mattina, alle sette e quaranta. Un’esplosione, un frammento di bomba, il midollo spinale lesionato. Non ha più mosso il corpo, dal collo in giù. Tetraplegico, se fosse stato fortunato. Invece, un progressivo deterioramento della funzione respiratoria l’ha ucciso. A migliaia di chilometri, i Bismullah, gli Amin, gli Abdul Samad perdono i contorni, svaniscono. L’Afghanistan e gli afghani diventano un problema «di stabilità», «di discontinuità». Anzi no: «di fiducia».

Mi pare pazzesco. O sono io il pazzo?

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