I social network e la Pubblica Amministrazione. 5 favole per raccontare le assonanze impossibili.

Michele Vianello_social network_smartcity

 

Da tempo sto prestando attenzione al rapporto che si sta instaurando tra la

Pubblica Amministrazione e i cittadini grazie (si…grazie!!!) all’impatto dei social network.

AVVERTENZE

 

1) i social network sono strumenti di comunicazione. Non idealizziamo i social network, sono dei semplici strumenti. Tutto dipende da come li utilizziamo.

2) abbiamo definito come USER GENERATED CONTENT la caratteristica che contraddistingue le piattaforme social.

 

Le Pubbliche Amministrazioni tendono ad usare i social in modo “aggiuntivo” rispetto ai tradizionali media. In realtà, poiché i social (meglio i cittadini) esigono “bidirezionalità” e “reciprocità” nelle relazioni, un uso efficace del social networking esige cambiamenti profondi e regole inusuali per la Pubblica

Quindi, caro Sindaco, se vuoi adottare nel tuo Comune l’uso dei social network come strumenti di comunicazione devi davvero cambiare molto.

I Storia

L’Ingegnere Capo del Comune di Pieve di Sotto adopera in modo compulsivo WhatsApp.

L’ingegnere Capo ha due figli adolescenti.

Ogni sabato sera l’Ingegnere Capo, usando WhatsApp, “segue”, i due figli fino alle soglie della discoteca.

WhatsApp é lo strumento che lui usa per fugare tutti i suoi dubbi sulla sicurezza dei figli.

“Bene”, dice l’Ingegnere Capo, “i miei figli sono arrivati sani e salvi in discoteca”.

Ho chiesto all’Ingegnere Capo, utilizzando WhatsApp, un appuntamento per sottoporgli un problema viabilistico della strada in cui abito.

L’Ingegnere Capo non si é degnato di rispondermi.

Per incontrare l’Ingegnere Capo assieme ad una delegazione di altri cittadini, ho dovuto sollecitare un Assessore, un Consigliere Comunale, prendere un appuntamento con la Segretaria utilizzando il telefono, confermare la richiesta di incontro con  una mail.

Se l’Ingegnere Capo per parlare  con i figli usa WhatsApp, come d’altronde fanno milioni di persone nel mondo, perché io per parlare con lui devo utilizzare “la politica”, la segretaria, il telefono, la mail?

Vi posso garantire che non esiste alcuna legge dello Stato che vieti l’uso di WhatsApp nella Pubblica Amministrazione.

Caro Sindaco, devi convincere il tuo Ingegnere Capo ad abbandonare l’AUTOREFERENZIALITÀ che da sempre accompagna la sua vita lavorativa.

Twitter e Facebook serviranno molto poco alla tua Amministrazione se non rimuoverai la cultura dell’AUTOREFERENZIALITÀ.

II Storia

Qualche giorno fa si sono presentati in Comune dei ragazzi titolari di una startup.

Hanno proposto al Sindaco l’adozione della app “Rendiamo democratica la nostra città”.

La app costa 2 lire. La app consente ai cittadini di segnalare al Sindaco tutto ciò che non va in città. Dalle “disfunzioni semaforiche”, alle buche per strada, “Rendiamo democratica la nostra città” consente ai cittadini di essere davvero i protagonisti.

Il Sindaco é rimasto colpito dalla app (il costo di 2 lire ha incentivato questo entusiasmo), la ha immediatamente adottata.

Il Sindaco ha convocato una conferenza stampa (alla quale si é presentato con l’IPAD versione Smart 2715) dove ha annunciato l’adozione di questo straordinario strumento.

Naturalmente i cittadini di tutte le classi di età hanno iniziato ad utilizzare la app.

La Segretaria del Sindaco e il suo ufficio stampa sono stati intasati da centinaia di segnalazioni le più diversa tra di loro.

Dalla scarsa pulizia di alcune strade, alla ricerca dei posti di lavoro, tutto é arrivato sul tavolo del Sindaco.

Naturalmente il Sindaco (meglio la sua Segretaria) non é stato in grado di rispondere alla montagna di segnalazioni dei cittadini.

Spesso, per difendersi, é stata utilizzata la fantomatica frase “non é di mia competenza”.

Dopo pochi giorni il Sindaco ha annunciato che la “app é in manutenzione”…. servizio sospeso a tempo indeterminato.

In quei giorni, tuttavia, si é creato un forte malumore tra i cittadini e nei partiti.

Caro Sindaco se adotti soluzioni I.T. che consentono ai cittadini di “dire la loro” su un qualsivoglia argomento devi PRELIMINARMENTE imporre (si…imporre) modifiche organizzative che consentano che le richieste dei cittadini -meglio della comunità- siano soddisfatte.

A volte basta una semplice risposta, anche negativa ma UNA RISPOSTA.

Anche in questo caso il nemico da battere é l’AUTOREFERENZIALITÀ dell’Amministrazione.

Soprattutto spiega ai tuoi collaboratori che non si usa mai la frase “NON È DI MIA COMPETENZA”.

III Storia

Sono arrivati due stagisti all’ufficio stampa.

In realtà sono stati mandati dalla super fantaguru agenzia di comunicazione “WEBSPAZIALIONLINE” che deve curare l’immagine dell’Amministrazione.

I due stagisti, in realtà, hanno frequentato tutti i più importanti master in “Tecnologie Social SUPERSpaziali”, ma non hanno la più pallida idea delle attività istituzionali di un Comune.

Immediatamente hanno proposto (proposta accolta) che il Comune si doti di un account su Twitter.

D’altronde é risaputo, se non hai un account su Twitter non sei nessuno. Un account lo ha anche Obama.

È stata predisposta una campagna per acquisire nuovi follower.

Quotidianamente su quell’account vengono postate tutte le informazioni, tutte le inaugurazioni, tutte le fiere paesane nonché gli orati delle scuole materne.

In quel calderone bolle un bel minestrone.

È cambiata in meglio la comunicazione -meglio, le relazioni con i cittadini con l’Amministrazione dopo l’avvento di Twitter? Assolutamente NO.

1102 follower (303 sono di altri comuni) su 103815 censiti come residenti all’anagrafe cittadina di Pieve di Sotto non é un grande risultato.

Caro Sindaco, se vuoi utilizzare Twitter sappi che tu non sei Lady Gaga (oltre 40 milioni di follower).

Soprattutto in un Comune Twitter va adottato non come uno strumento di comunicazione, ma come una piattaforme che favorisce INTERAZIONI bidirezionali.

Twitter é bello e utile perché consente una forte flessibilità nell’uso.

Soprattutto, non fidarti dell’Agenzia “WEBSPAZIALIONLINE” anche  se ha curato tutti i tour europei di Madonna.

Caro Sindaco, tu rappresenti un comune, impara ad ascoltare i cittadini. Nel tuo caso, l’indice di successo (il ROI) é avere più following da ascoltare -fare engagement democratico.

Anche in questo caso il nemico da battere é l’AUTOREFERENZIALITÀ e, consentimi, abbandona un pò di narcisismo che ti é insorto durante le primarie.

IV Storia

L’Amministrazione comunale di Pieve di Sotto si sta dotando di nuovi strumenti urbanistici.

Siamo nella fase in cui il progetto di Piano viene presentato per consentire ai cittadini e agli stakeholders di avanzare proposte e osservazioni (le deduzioni in “linguaggio tecnico”).

A questa fase seguiranno le “controdeduzioni” ecc.ecc..

Nonostante Twitter, la presentazione del nuovo Piano Urbanistico segue canali molto tradizionali.

Sono convocate le assemblee di circoscrizione, gli incontri con il Sindacato e gli stakeholders, il Consiglio Comunale.

Si susseguono in Comune (e non solo) gli incontri con i diversi portatori di interessi.

Naturalmente questo processo “partecipativo” frammentato fa perdere ogni visione d’assieme della città.

La pianificazione urbanistica si riduce ad essere una somma di interessi spesso non coerenti tra di loro. Si perde il senso del bene comune.

Diciamo addio al sogno di gloria di trasformare Pieve di Sotto in una moderna metropoli smart.

Si é scatenata la sindrome NIMBI anche nella pianificazione urbanistica.

Il figlio dell’Architetto Capo ha scoperto l’esistenza di Minecraft.

La Preside della sua scuola (una insegnate illuminata) ha scoperto che in Danimarca Minecraft viene utilizzato come strumento didattico.

I ragazzi immaginano in questo modo (vision) l’evoluzione del territorio.

Tra l’Architetto Capo e il figlio si é aperto uno scontro generazionale/culturale. Il figlio ha proposto al padre di usare Minecraft  come strumento di partecipazione per l’evoluzione del territorio.

Vecchio e nuovo, norma e sostanza hanno combattuto la loro epica sfida.

Caro Sindaco se vuoi costruire la smart city, come hai annunciato nel tuo programma di mandato, devi adottare inediti strumenti partecipativi.

Lego, Minecraft, SimCity sono lì a tua disposizione.

Chiedi agli hacker e ai visionari, chiedi ai coworker e ai makers, chiedi alla Preside, chiedi agli studenti di darti una mano a far decollare una esperienza inedita.

Fai recuperare una visione d’assieme del territorio.

L’Architetto Capo conosce bene la normativa. In gioventù peraltro sognava di diventare come Renzo Piano, ma si é fermato a Pieve di Sotto.

Anche in questo caso i nemici da battere sono l’AUTOREFERENZIALITÀ e la CONSUETUDINE.

V Storia

Finalmente l’Amministrazione é sbarcata sui social network e a deciso di utilizzarli come strumento di customer, di dialogo, di reciprocità.

Siamo giunti a superare le evidenti autoreferenzialità espresse da molta parte della macchina organizzativa.

I canali social sono stati attivati con successo. Anzi sono stati integrati a molti software gestionali.

“BINGO!!!” direte voi. “Non é detto”, rispondo io.

Qui entrano in campo alcune regole. Prima di tutto la cultura della partecipazione e la regole del recinto di sabbia..

Pensando di difendere il Sindaco, anzi mettendo una immagine del Sindaco su Facebook, l’ufficio stampa (chi? perché lui o lei?) insulta tutti coloro che criticano l’Amministrazione.

Non solo, ogni commento non viene ripreso, non é ritwittato, non merita almeno un “grazie”.

Questo atteggiamento, compresa una gestione conflittuale del rapporto con i cittadini durante la settimanale sessione di #sindacorisponde tra generando tensioni evidenti.

Caro Sindaco, hai superato brillantemente la prima fase della tua missione.

Una corretta gestione dei social, per essere tale, necessita di regole precise, di responsabilità ben definite, di un obbligo alla risposta.

Anche il messaggio critico merita una risposta. Anzi, i critici vanno monitorati. Forse hanno ragione loro.

 

 

 

5 semplici consigli ai Sindaci (e non solo) che considerano la #smartcity come un obiettivo da raggiungere

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Troppo facilmente avevo fatto il “profeta di sventura”.

Avevo preconizzato che la “smart city” sarebbe diventata una moda se non fosse cambiata rapidamente la cultura -e poi gli strumenti- attraverso i quali vengono amministrate le nostre città.

Un anno fa, di questi tempi, si parlava, spesso a sproposito, attraverso inaffidabili classifiche, di smart city. Oggi il termine é quasi scomparso dal dibattitto in corso.

Forse la smart city é considerata dai molti solo come un pretesto per accedere ai bandi nazionali ed europei che riguardano l’innovazione nelle aree urbane.

I nostri Sindaci, anche i trentenni eletti nelle ultime tornate elettorali primaverili, sembrano ormai prigionieri dell’ordinaria amministrazione e del patto di stabilità.

E allora tutto perduto? Ci fermiamo? Attendiamo utili consigli romani?

Quelli che seguono sono alcune idee (spero utili) rivolte ai Sindaci e agli Amministratori per proseguire -a costo quasi zero- sulla strada dell’innovazione.

La precondizione é che si adottino pratiche politiche ed amministrative improntate alla condivisione, alla sussidiarietà, al coinvolgimento dei cittadini.

1) In Italia stanno emergendo, fuori dai Comuni, tantissime best practice, innovative -anche nei centri medio piccoli- peccato che vengano scarsamente condivise.

Sarebbe opportuno che le pratiche di condivisione della conoscenza e delle metodologie -prima ancora che i software- venissero sperimentate in ambiti più vasti e rese note. L’AGID e le Regioni potrebbero essere un veicolo straordinario di diffusione delle buone pratiche.

2) L’alfabetizzazione digitale di tutta la popolazione é una precondizione necessaria a qualsiasi politica”smart”.

L’Amministrazione dovrebbe partire dalla formazione alle logiche e ai valori della condivisione di tutti i suoi dipendenti.

Se una Amministrazione si distinguerà per la capacità di coinvolgere i cittadini e gli stakeholders nelle sue scelte, potrebbero essere questi soggetti a promuovere e a sostenere i piani di alfabetizzazione digitale della popolazione.

L’Amministrazione dovrebbe assumere la regia di queste attività e finalizzarla, creando una interazione costante tra le logiche di apertura e l’evoluzione della domanda da parte dei cittadini.

3) É necessaria una evoluzione delle logiche che sovrintendono ai rapporti con i fornitori di strumenti e di cultura I.T..

É finita l’epoca della fornitura di singoli componenti, siano essi un tradizionale “gestionale” o il celeberrimo “lampione con il wifi”.

É necessario -chiedendo uno sforzo anche alla domanda- chiedere sempre di più “sistemi” smart.

Il futuro é fatto di ecosistemi di innovazione.

4) Per attuare con efficacia queste attività, l’Amministrazione dovrebbe dotarsi di professionalità specifiche.

Recentemente ho affermato, in modo provocatorio che tali attività non andranno affidate agli informatici. Da sole queste competenze (perché tali sono) non sono in grado di guidare un processo di estrema complessità come l’innovazione nel tessuto urbano.

La gestione dell’alfabetizzazione digitale (che non é insegnare l’informatica o postare su un social network, né tantomeno convincere sulle virtù del digitale !”usando la pancia”) necessita della formazione di team multidisciplinari e di gruppi di motivati evangelist..

Promuovere la trasformazione innovativa di un centro urbano necessita di tante competenze, essa non é meno complessa della redazione di un piano urbanistico o di un piano di regolazione del commercio.

5) C’é un disperato bisogno di dare spazio e fare crescere le “giovani professionalità” togliendola dalla logica dei caravanserragli itineranti.

Ogni settimana si susseguono in tutta Italia gli hackaton e i raduni di startupper.

Cominciamo a pensare che queste persone sono le potenziali professionalità delle quali c’é bisogno per innovare l’Ente e i testimonial per veicolare le pratiche innovative.

Non é sufficiente incentivare l’apertura di un coworking, o parlare di stampanti 3D. É necessario incentivare la nascita di ecosistemi di innovazione.

Gli ecosistemi di innovazione, successivamente, potranno essere i luoghi dai quali espandere la trasformazione, in primis culturale, del tessuto urbano.

Come vedete si tratta di operazioni non semplici, anzi abbastanza complesse, tuttavia sono assolutamente fattibili.

Soprattutto, come sarà facilmente dimostrabile, saranno quasi sempre a costo zero o a budget molto contenuto.

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8 principi base per realizzare l’alfabetizzazione digitale

Michele Vianello - alfabetizzazione digitale - competenze digitali

Alcune Amministrazioni locali hanno intrapreso, o stanno intraprendendo, attività di alfabetizzazione digitale della popolazione.

Mi permetto, di seguito, di elencare alcuni principi di fondo da osservare per evitare di ingenerare inutili aspettative, e per ottenere risultati duraturi nel tempo.

1) non si è alfabetizzati digitali una volta per sempre. Il mondo dell’Information Technology è in costante trasformazione. Il mondo dell’Information Technology muta a velocità mai conosciuta nella storia del genere umano. L’alfabetizzazione digitale deve dare gli strumenti culturali per scavare con curiosità questo mondo e trarne tutti i benefici disponibili.

2) l’alfabetizzazione digitale non andrà rivolta solo agli anziani, come comunemente si pensa. Tutta la popolazione, a partire dai principali decisori e Stakeholders, versa in un penoso stato di divide digitale. Avere un tablet sotto il braccio o usare il telepass non è sintomo di alfabetizzazione digitale.

3) l’alfabetizzazione digitale è un moderno diritto di cittadinanza. Internet è una straordinaria miniera di sapere. Bisogna però conoscere e condividere dove c’é l’oro da scavare e dove invece c’é solo inutile pietrisco. Tuttavia, non tutti sono (e saranno) interessati ad Internet. Molte persone di ogni generazione vivono bene senza Internet. Non facciamogliene una colpa.

4) abbandoniamo quell’aria di superiorità che contraddistingue i “guru del digitale”. Internet non è una religione, né costituisce la terra promessa. Se vogliamo che Internet si affermi come strumento di progresso civile ed economico (quale può essere) non abbiamo bisogno di sprezzanti sacerdoti. Per affermare la cultura di Internet abbiamo bisogno di utili e umani volontari.

5) l’alfabetizzazione digitale è, prima di tutto, una lezione di consapevolezza. Internet é la rivoluzione della conoscenza e del sapere. Internet é uno strumento nelle mani del genere umano per dialogare meglio.

6) l’alfabetizzazione digitale non si riduce ad insegnare a spedire una mail o ad accendere un account su Facebook. Né tantomeno l’alfabetizzazione digitale é una lezione ai dipendenti comunali sulle inutili leggi che impediscono a Internet di affermarsi nella Pubblica Amministrazione. L’insegnante é un umanista che si è impadronito del web.

7) l’alfabetizzazione digitale é una lezione sulla sharing society (prima ancora che sulla sharing economy). Alfabetizzare é insegnare le virtù, i vantaggi, le modalità della condivisione.

8) ….. traete ora tutte le considerazioni che volete sulle cosiddette “competenze digitali”. L’alfabetizzazione digitale non é una cosa da affidare agli informatici.

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Apple, iphone, é un problema di prezzo????

iphone

Ci risiamo, dopo il lancio di ogni prodotto Apple si scatena il tifo da partita di calcio.

Ovviamente tifo da sempre Apple, ma questo gioco non mi interessa.

Certamente i prodotti della Apple costano mediamente di più degli altri.

Certamente il mondo Android occupa circa il 80% delle quote di mercato.

La Ferrari ha scelto di produrre solo 7000 vetture anno. Il mercato é certamente più ampio, ma é una scelta di difesa dell’esclusività del brand Ferrari a fare la differenza.

Chi compra Apple guarda poco al prezzo. Chi compra Apple compra un design, compra qualità, compra uno status simbol. Si potrà discutere a lungo di tutto ciò.

Probabilmente la scelta di Apple – fin dai tempi di Steve – é questa, la qualità del prodotto e la sua esclusività é ciò che dovrà fare la differenza.

Certamente il sensore NFC e la possibilità di abilitare lo smart phone per fare i pagamenti non è, da un punto di vista tecnologico, una novità.

Se non si è affermata é perché, oltre alle difficoltà messe dalle banche italiane, questa innovazione non ha avuto appeal.

Facciamo una scommessa. Scommettiamo che il marchio Apple farà, anche in questo caso la differenza? Scommettiamo che i principi emulativi delle altre marche creeranno quel contesto che consentirà il decollo dei device anche come strumento di pagamento.

È questione di tempo, ma il mondo sta davvero cambiando.

 

La partecipazione alle attività in una città smart – Si può fareeeee!!!!

Michele Vianello - Smart City - si-puo-fare

Adotta una tua azione smart…finalmente si potrà fare

Oggi il Corriere della Sera riporta questa notizia Un gruppo di condomini riesce miracolosamente a trovare un accordo. E decide di risistemare la strada davanti al palazzo: chiude le buche, cancella le scritte sui muri, magari compra un paio di fioriere. Il Comune ringrazia e in cambio concede uno sconto sulla Tasi, la nuova tassa sulla casa. I negozianti che affacciano su una piazza si fanno carico della manutenzione di quel pezzo di città: aggiustano il marciapiede, sistemano le aiuole, sullo slancio mettono persino un piccolo palco per i concerti. Il Comune ringrazia pure loro e rinuncia per qualche mese alla «tassa sui tavolini», quella per l’occupazione del suolo pubblico. Se per un nuovo taglio delle tasse bisogna aspettare ancora, almeno diventa possibile il pagamento in natura. O meglio, sotto forma di interventi fai da te per la cura del territorio.”

Il coinvolgimento dei cittadini nella realizzazione di attività che in altra epoca l’Amministrazione avrebbe realizzato attingendo al suo bilancio si chiama “sussidiarietà”.

Chi ha letto i miei libri sulla smart city sa che da tempo teorizzo una attività che definisco “adotta una azione smart”. È una attività ispirata ai principi di sussidiarietà.

Non è necessario che sia la pubblica amministrazione a realizzare le attività della smart city. Gruppi di genitori possono ad esempio comprare una stampante 3D per una scuola, installare il wifi in una zona. L’importate è che queste attività siano definite di “pubblica utilità”, siano replicabili e coinvolgano ampie platee di city user.

Il provvedimento legislativo di cui parla il Corriere della Sera necessiterà di delibere attuative da parte dei diversi Comuni.

Ritengo che le azioni smart realizzate da gruppi di cittadini definibili di “pubblica utilità” potrebbero essere assimilate a quelle più tradizionali.

In questo modo si uscirebbe dalla logica secondo la quale la città smart la fanno i Comuni con le loro risorse. Questa ambiguità, accompagnata dalla scarsità di risorse pubbliche, sta decretando il blocco delle attività smart e digitali nelle nostre città.

Chiederò all’amico Paolo Coppola di aiutarci in fase di elaborazione della legislazione. Sono certo che il mio appello non sarà vano.

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