5 semplici consigli ai Sindaci (e non solo) che considerano la #smartcity come un obiettivo da raggiungere

4.indd

 

Troppo facilmente avevo fatto il “profeta di sventura”.

Avevo preconizzato che la “smart city” sarebbe diventata una moda se non fosse cambiata rapidamente la cultura -e poi gli strumenti- attraverso i quali vengono amministrate le nostre città.

Un anno fa, di questi tempi, si parlava, spesso a sproposito, attraverso inaffidabili classifiche, di smart city. Oggi il termine é quasi scomparso dal dibattitto in corso.

Forse la smart city é considerata dai molti solo come un pretesto per accedere ai bandi nazionali ed europei che riguardano l’innovazione nelle aree urbane.

I nostri Sindaci, anche i trentenni eletti nelle ultime tornate elettorali primaverili, sembrano ormai prigionieri dell’ordinaria amministrazione e del patto di stabilità.

E allora tutto perduto? Ci fermiamo? Attendiamo utili consigli romani?

Quelli che seguono sono alcune idee (spero utili) rivolte ai Sindaci e agli Amministratori per proseguire -a costo quasi zero- sulla strada dell’innovazione.

La precondizione é che si adottino pratiche politiche ed amministrative improntate alla condivisione, alla sussidiarietà, al coinvolgimento dei cittadini.

1) In Italia stanno emergendo, fuori dai Comuni, tantissime best practice, innovative -anche nei centri medio piccoli- peccato che vengano scarsamente condivise.

Sarebbe opportuno che le pratiche di condivisione della conoscenza e delle metodologie -prima ancora che i software- venissero sperimentate in ambiti più vasti e rese note. L’AGID e le Regioni potrebbero essere un veicolo straordinario di diffusione delle buone pratiche.

2) L’alfabetizzazione digitale di tutta la popolazione é una precondizione necessaria a qualsiasi politica”smart”.

L’Amministrazione dovrebbe partire dalla formazione alle logiche e ai valori della condivisione di tutti i suoi dipendenti.

Se una Amministrazione si distinguerà per la capacità di coinvolgere i cittadini e gli stakeholders nelle sue scelte, potrebbero essere questi soggetti a promuovere e a sostenere i piani di alfabetizzazione digitale della popolazione.

L’Amministrazione dovrebbe assumere la regia di queste attività e finalizzarla, creando una interazione costante tra le logiche di apertura e l’evoluzione della domanda da parte dei cittadini.

3) É necessaria una evoluzione delle logiche che sovrintendono ai rapporti con i fornitori di strumenti e di cultura I.T..

É finita l’epoca della fornitura di singoli componenti, siano essi un tradizionale “gestionale” o il celeberrimo “lampione con il wifi”.

É necessario -chiedendo uno sforzo anche alla domanda- chiedere sempre di più “sistemi” smart.

Il futuro é fatto di ecosistemi di innovazione.

4) Per attuare con efficacia queste attività, l’Amministrazione dovrebbe dotarsi di professionalità specifiche.

Recentemente ho affermato, in modo provocatorio che tali attività non andranno affidate agli informatici. Da sole queste competenze (perché tali sono) non sono in grado di guidare un processo di estrema complessità come l’innovazione nel tessuto urbano.

La gestione dell’alfabetizzazione digitale (che non é insegnare l’informatica o postare su un social network, né tantomeno convincere sulle virtù del digitale !”usando la pancia”) necessita della formazione di team multidisciplinari e di gruppi di motivati evangelist..

Promuovere la trasformazione innovativa di un centro urbano necessita di tante competenze, essa non é meno complessa della redazione di un piano urbanistico o di un piano di regolazione del commercio.

5) C’é un disperato bisogno di dare spazio e fare crescere le “giovani professionalità” togliendola dalla logica dei caravanserragli itineranti.

Ogni settimana si susseguono in tutta Italia gli hackaton e i raduni di startupper.

Cominciamo a pensare che queste persone sono le potenziali professionalità delle quali c’é bisogno per innovare l’Ente e i testimonial per veicolare le pratiche innovative.

Non é sufficiente incentivare l’apertura di un coworking, o parlare di stampanti 3D. É necessario incentivare la nascita di ecosistemi di innovazione.

Gli ecosistemi di innovazione, successivamente, potranno essere i luoghi dai quali espandere la trasformazione, in primis culturale, del tessuto urbano.

Come vedete si tratta di operazioni non semplici, anzi abbastanza complesse, tuttavia sono assolutamente fattibili.

Soprattutto, come sarà facilmente dimostrabile, saranno quasi sempre a costo zero o a budget molto contenuto.

CHI VOLESSE ACQUISTARE I MIEI LIBRI SULLE SMART CITIES CLICCHI QUI

 

8 principi base per realizzare l’alfabetizzazione digitale

Michele Vianello - alfabetizzazione digitale - competenze digitali

Alcune Amministrazioni locali hanno intrapreso, o stanno intraprendendo, attività di alfabetizzazione digitale della popolazione.

Mi permetto, di seguito, di elencare alcuni principi di fondo da osservare per evitare di ingenerare inutili aspettative, e per ottenere risultati duraturi nel tempo.

1) non si è alfabetizzati digitali una volta per sempre. Il mondo dell’Information Technology è in costante trasformazione. Il mondo dell’Information Technology muta a velocità mai conosciuta nella storia del genere umano. L’alfabetizzazione digitale deve dare gli strumenti culturali per scavare con curiosità questo mondo e trarne tutti i benefici disponibili.

2) l’alfabetizzazione digitale non andrà rivolta solo agli anziani, come comunemente si pensa. Tutta la popolazione, a partire dai principali decisori e Stakeholders, versa in un penoso stato di divide digitale. Avere un tablet sotto il braccio o usare il telepass non è sintomo di alfabetizzazione digitale.

3) l’alfabetizzazione digitale è un moderno diritto di cittadinanza. Internet è una straordinaria miniera di sapere. Bisogna però conoscere e condividere dove c’é l’oro da scavare e dove invece c’é solo inutile pietrisco. Tuttavia, non tutti sono (e saranno) interessati ad Internet. Molte persone di ogni generazione vivono bene senza Internet. Non facciamogliene una colpa.

4) abbandoniamo quell’aria di superiorità che contraddistingue i “guru del digitale”. Internet non è una religione, né costituisce la terra promessa. Se vogliamo che Internet si affermi come strumento di progresso civile ed economico (quale può essere) non abbiamo bisogno di sprezzanti sacerdoti. Per affermare la cultura di Internet abbiamo bisogno di utili e umani volontari.

5) l’alfabetizzazione digitale è, prima di tutto, una lezione di consapevolezza. Internet é la rivoluzione della conoscenza e del sapere. Internet é uno strumento nelle mani del genere umano per dialogare meglio.

6) l’alfabetizzazione digitale non si riduce ad insegnare a spedire una mail o ad accendere un account su Facebook. Né tantomeno l’alfabetizzazione digitale é una lezione ai dipendenti comunali sulle inutili leggi che impediscono a Internet di affermarsi nella Pubblica Amministrazione. L’insegnante é un umanista che si è impadronito del web.

7) l’alfabetizzazione digitale é una lezione sulla sharing society (prima ancora che sulla sharing economy). Alfabetizzare é insegnare le virtù, i vantaggi, le modalità della condivisione.

8) ….. traete ora tutte le considerazioni che volete sulle cosiddette “competenze digitali”. L’alfabetizzazione digitale non é una cosa da affidare agli informatici.

CHI VOLESSE LEGGERE I MIEI LIBRI SULLE SMART CITIES CLICCHI QUI

SU SLIDE SHARE LE MIE CONSIDERAZIONI SULLA SHARING SOCIETY

 

Apple, iphone, é un problema di prezzo????

iphone

Ci risiamo, dopo il lancio di ogni prodotto Apple si scatena il tifo da partita di calcio.

Ovviamente tifo da sempre Apple, ma questo gioco non mi interessa.

Certamente i prodotti della Apple costano mediamente di più degli altri.

Certamente il mondo Android occupa circa il 80% delle quote di mercato.

La Ferrari ha scelto di produrre solo 7000 vetture anno. Il mercato é certamente più ampio, ma é una scelta di difesa dell’esclusività del brand Ferrari a fare la differenza.

Chi compra Apple guarda poco al prezzo. Chi compra Apple compra un design, compra qualità, compra uno status simbol. Si potrà discutere a lungo di tutto ciò.

Probabilmente la scelta di Apple – fin dai tempi di Steve – é questa, la qualità del prodotto e la sua esclusività é ciò che dovrà fare la differenza.

Certamente il sensore NFC e la possibilità di abilitare lo smart phone per fare i pagamenti non è, da un punto di vista tecnologico, una novità.

Se non si è affermata é perché, oltre alle difficoltà messe dalle banche italiane, questa innovazione non ha avuto appeal.

Facciamo una scommessa. Scommettiamo che il marchio Apple farà, anche in questo caso la differenza? Scommettiamo che i principi emulativi delle altre marche creeranno quel contesto che consentirà il decollo dei device anche come strumento di pagamento.

È questione di tempo, ma il mondo sta davvero cambiando.

 

La partecipazione alle attività in una città smart – Si può fareeeee!!!!

Michele Vianello - Smart City - si-puo-fare

Adotta una tua azione smart…finalmente si potrà fare

Oggi il Corriere della Sera riporta questa notizia Un gruppo di condomini riesce miracolosamente a trovare un accordo. E decide di risistemare la strada davanti al palazzo: chiude le buche, cancella le scritte sui muri, magari compra un paio di fioriere. Il Comune ringrazia e in cambio concede uno sconto sulla Tasi, la nuova tassa sulla casa. I negozianti che affacciano su una piazza si fanno carico della manutenzione di quel pezzo di città: aggiustano il marciapiede, sistemano le aiuole, sullo slancio mettono persino un piccolo palco per i concerti. Il Comune ringrazia pure loro e rinuncia per qualche mese alla «tassa sui tavolini», quella per l’occupazione del suolo pubblico. Se per un nuovo taglio delle tasse bisogna aspettare ancora, almeno diventa possibile il pagamento in natura. O meglio, sotto forma di interventi fai da te per la cura del territorio.”

Il coinvolgimento dei cittadini nella realizzazione di attività che in altra epoca l’Amministrazione avrebbe realizzato attingendo al suo bilancio si chiama “sussidiarietà”.

Chi ha letto i miei libri sulla smart city sa che da tempo teorizzo una attività che definisco “adotta una azione smart”. È una attività ispirata ai principi di sussidiarietà.

Non è necessario che sia la pubblica amministrazione a realizzare le attività della smart city. Gruppi di genitori possono ad esempio comprare una stampante 3D per una scuola, installare il wifi in una zona. L’importate è che queste attività siano definite di “pubblica utilità”, siano replicabili e coinvolgano ampie platee di city user.

Il provvedimento legislativo di cui parla il Corriere della Sera necessiterà di delibere attuative da parte dei diversi Comuni.

Ritengo che le azioni smart realizzate da gruppi di cittadini definibili di “pubblica utilità” potrebbero essere assimilate a quelle più tradizionali.

In questo modo si uscirebbe dalla logica secondo la quale la città smart la fanno i Comuni con le loro risorse. Questa ambiguità, accompagnata dalla scarsità di risorse pubbliche, sta decretando il blocco delle attività smart e digitali nelle nostre città.

Chiederò all’amico Paolo Coppola di aiutarci in fase di elaborazione della legislazione. Sono certo che il mio appello non sarà vano.

I MIEI LIBRI SULLE SMART CITY SONO ACQUISTABILI CLICCANDO QUI

LE MIE RIFLESSIONI SULLA SHARE ECONOMY SONO SU SLIDE SHARE

Una discussione (a più voci) sui danni prodotti dalla burocrazia (pubblica e privata)

Michele Vianello - snart cities -burocraziaStorie raccontate di mala burocrazia italiana.

Dalle Poste alle Ferrovie dello Stato

Vi riporto un dibattito a più voci che si è svolto sulla mia bacheca di Facebook. Il dibattito parte da un episodio che mi ha visto come testimone e si è poi dipanato a più voci. Lo riporto integralmente per far comprendere, ancora di più, i danni infiniti prodotti al Paese dalla burocrazia. In questo caso il “digitale” dimostrerà tutta la sua utilità se non si ridurrà ad essere una forma di “digitalizzazione dell’esistente”.

Michele#tutteamecapitano #trenitalia ma serve a far riflettere.
Episodio: nella mia carrozza ferroviaria un viaggiatore ha un malessere. Fortunatamente c’é un medico, l’assistenza sanitaria messa a disposizione a Padova funziona. Tutto si risolve positivamente.
Il personale delle Ferrovie è efficiente e gentile.
Il dramma: il capo treno (poiché il paziente è un minore) deve far compilare -intendo scrivere su un blocco- infinite quantità di informazioni. Lui (il capo treno) si giustifica: “È la burocrazia, che ci vuole fare, ci sono tante di quelle carte”. Che si può fare??? 1) almeno compilare on line i moduli. Non mi pare complesso…. 2) eliminare un pò di burocrazia… e questo è molto complesso. Morale: non si può digitalizzare l’esistente. #compitiurgentiperRenzi

Marco Viviani Ieri un medico del pronto soccorso, davanti a me (avevo portato una mia amica per una forte contusione con sospetta frattura che le radiografie hanno scongiurato) il medico ortopedico in ambulatorio stava compilando al computer i moduli da spedire in Regione Lombardia, e mi ha raccontato che la quantità di informazioni e carta da riempire aumenta invece di diminuire. Il motivo? Ufficialmente per il servizio al cittadino, in realtà, come mi ha spiegato lui, è solo per controllare la spesa sanitaria. Ma come? In modo banalmente quantitativo. «Secondo i criteri della regione è virtuoso chi produce meno diagnostica, costosa, al di là di quanto lavori. Un medico di merda che visita 4 persone e ordina una sola volta le lastre è bravo, un altro medico magari ne visita 50 al giorno e ne ordina 5, ed è meno virtuoso». Da qui ho appreso, con terrore, che attualmente, 2014, persino una delle regioni più avanzate NON ha un algoritmo, un accidenti di algoritmo per considerare in maniera più intelligente il lavoro dei medici, e si accontenta di quantificare il loro costo in termini assoluti.
Hanno montagne di dati, e non un solo algoritmo.

Davide Scalzotto A che serve compilare i moduli e i certoficati online se poi li devo stampare?

Marco Viviani Nel caso della sanità servono perché il medico di base li vede al suo pc sul cloud della regione, e servono, appunto, per tenere d’occhio la spesa generale.

Cappellaio Matto Non so da voi ma al pronto soccorso di Sanremo i dati del paziente corrono ancora su CD-ROM….maaaa le piattaforme cloud che ci stanno a fare? Sarebbe molto più semplice condividere la cartella online con il medico di base del paziente, idem per la farmacia più vicina in base a dove vive il paziente per fargli avere la ricetta nel più breve tempo possibile….scusate….sto sognando.

Lazzaro Pietragnoli Ti racconto anche io una storia Michele; il sistema sanitario inglese (più per ragioni economiche che per convinzione digitale) ha sostituito tutte le comunicazioni cartacee tra ospedali/cliniche e medici di base con un sistema di condivisione dei dati informatizzati. Col risultato che più del 70% dei pazienti non vuole firmare la liberatoria: cioè sono felici che l’ospedale mandi una lettera al medico (anche e-mail) ma non vogliono che i dati vengano conservati elettronicamente perchè temono che possano essere consultati da altri e/o venduti a case farmaceutiche… Non basta cambiare la PA, bisogna anche cambiare la testa della gente!

Michele Vianello Caro Lazzaro come sai sono un predicatore della consapevolezza umana e della cultura digitale. p.s. penso che i cittadini non abbiano tutti i torti. Sono certissimo che molti di quei dati vengono venduti alla case farmaceutiche e alla compagnie di assicurazione. Voglio dire che a fianco dello sviluppo dei processi di digitalizzazione va praticata alfabetizzazione digitale e condivise policy sull’uso dei dati.

Lazzaro Pietragnoli Condivido, Michele, ma ricordiamoci anche che la tecnologia rende solo certi fenomeni su ampia scala: pur senza dati digitali, la segretaria del medico di base passava nomi e indirizzi alle compagnie assicurative… 

Monica Cavaletto Caro Cappellaio Matto , pare che in Venezia dal mese prossimo le ricette per i pazienti che hanno bisogno di medicinali salva vita saranno proprio on line dirette dal medico alla farmacia! Questo almeno e’ quanto hanno detto a mio padre (cardiopatico)

Umberto Bocus Esempio di funzionamento delle Poste Italiane.
Sono ad Auronzo e dovevo spedire una lettera in Auronzo medesimo (a metà strada tra il Centro e Misurina. Opinando qualche disservizio l’ho consegnata allo sportello dell’Ufficio Postale debitamente affra
ncata e m’informavo come sarebbe avvenuto l’inoltro. Morale: sarebbe stata mandata al Centro di Meccanizzazione Postale di Padova e quindi restituita all’Ufficio Postale di Auronzo per la consegna!!!! Inutile dire la veemenza delle mie rimostranze a cui interveniva anche il Direttore affermando che questa era la “procedura” e che gli impiegati non c’entravano. Continuando nella diatriba in cui precisavo che loro erano il “front desk” e non potevo rivolgermi al ministro dell’economia, il Direttore pur di evitare lo sfociare nelle vie di fatto, mi assicurava che l’avrebbe inoltrata direttamente munita del bollo di Auronzo, solo in via eccezionale.
Le poste che ora hanno Alitalia per andare da Venezia a Roma andremo via Bari?

Michele Vianello Se si pensa che una semplice immissione di tecnologia risolva i problemi della burocrazia italiana ci limiteremmo a digitalizzare l’esistente 

Luca Baglioni Seminare con pazienza le buone pratiche, cercando di condiderle il più possibile… 

Roberto Scano ahahah successo pure a me qualche mese fa, con tra l’altro paziente anziano e semi-analfabeta poraccio 

Bene, se siete giunti alla fine di questa “piacevole” chiacchierata, vi pongo il seguente interrogativo? Se i decisori “amministrativi” e “politici” leggessero questi nostri dialoghi, quanti esempi potrebbero trarne per migliorare il Paese?