Preferireste essere una parrucchiera qualificata o un “precario digitale”? La terza puntata della saga

Michele Vianello-lavoro-precario-digitale

 

Scrive Jaron Lanier “Quando la musica diventa gratuita, le bollette per la connessione wireless diventano costose, follemente costose. Bisogna guardare al sistema nel suo complesso.”

Come ben capite la gestione dell’espansione del “digitale”, per ottenerne vantaggi diffusi per le persone, rappresenta un bel guazzabuglio da risolvere.

Soprattutto sarà un bel guazzabuglio per gli amici patiti del “digitale”. Spesso essi ne colgono solo gli aspetti positivi.

Ma il “digitale” non è una ideologia, tantomeno il “digitale” è una religione (ve lo dice uno che di professione fa l’evangelist digitale). Il “digitale” è uno straordinario strumento in mano agli esseri umani per migliorare la loro vita.

La complessità dell’economia digitale che si sta sviluppando in un contesto caratterizzato dalla recessione, il conseguente sovrapporsi di opportunità e di storture, non è risolvibile con lo slogan darwinista “Change or Die“.

Servono politiche adeguate. Politiche economiche e politiche sociali che si “servano” del “digitale” e ne accompagnino la crescita.

E d’altronde, da sempre, nella storia dell’uomo, senza scomodare il “digitale”, l’innovazione non è stata tale se non ha generato effetti disruptive, se non ha lasciato sul campo i metaforici morti e feriti.

La differenza è che nel passato il tempo dell’innovazione era “lungo“, i tempi del “digitale” al contrario sono molto rapidi. Non c’é tempo per ricostruire quanto si distrugge, e ciò a partire dall’occupazione. E in tutti i casi, il “digitale” pervade ogni ambito della nostra vita.

E allora, mi direte voi, cosa ci proponi?

La nostra agenda dovrebbe suddividersi in cinque capitoli. Nel merito di alcuni di questi capitoli confesso di non avere sufficienti competenze per rispondere esaustivamente.

Ma, come avrete capito, questo è un intervento di contenuti ma, é soprattutto un intervento di ordine metodologico. Spero che, se il metodo proposto fosse apprezzato, alcuni di questi temi sarebbero adeguatamente sviluppati nel merito.

1- Lo sviluppo dell’economia digitale potrebbe essere maggiormente apprezzato in un quadro “macro” contraddistinto da politiche indirizzate alla crescita economica e all’innovazione sociale e produttiva.

In un contesto economico maggiormente orientato allo sviluppo, l’impatto delle tecnologie digitali abbandonerebbe il suo essere marcatamente disruptive.

È assolutamente rilevante, più volte dimostrato, l’incremento del PIL che potrebbe essere generato da un massiccio investimento in tecnologie digitali o nell’infrastrutturazione Internet.

Però non sono stati indagati a sufficienza i risvolti sociali dell’economia digitale e, soprattutto chi é il soggetto che investe nel “digitale”? Poiché in Italia non operano, se non in modo marginale, i colossi dell’economia digitale (Google, Apple ecc.) si ritiene – tacitamente – che sia lo Stato il soggetto che mette a disposizione le risorse?

Sicuramente lo Stato ha un ruolo decisivo, soprattutto per quanto riguarda le politiche inerenti la sfera del welfare. Sicuramente lo Stato dovrà investire per ammodernarsi, ma ciò non sarà sufficiente.

L’Italia ha un apparato imprenditoriale permeato da una cultura analogica.

In un mondo orientato dalla crescita economica e sociale la flessibilità richiesta dall’introduzione del “digitale” sarebbe vissuta in modo meno drammatico.

Il “digitale” diventerebbe così un elemento di agevolazione dei fattori competitivi di una economia, evidenziando il valore della produzione e della diffusione del sapere.

Il “digitale” pervade infatti la sfera della microeconomia e del mutamento dei meccanismi di regolazione della società. Se ci riferiamo al livello “micro” dobbiamo concepire la diffusione di strutture aziendali e di modelli di leadership maggiormente orientati alla collaborazione e alla condivisione.

Attorno alle virtù delle leadership aperte si è ormai prodotta abbondante letteratura.

2 – L’acquisizione e la diffusione della cultura della condivisione é un fattore decisivo per un affermarsi “equilibrato” e positivo del mondo digitale. Le architetture aperte concepite per far condividere le informazioni stanno influenzando tutti i modelli sociali (altra cosa è l’uso dei dati e delle informazioni per arricchire i beni prodotti). La cultura della condivisione – sharing - può consentire di reperire più facilmente risorse e conoscenze. La risoluzione dei problemi non avverrà più nei garage, bensì attraverso l’uso di reti e di piattaforme di condivisione.

Chi ha letto i due libri sulla wikinomics scritti da Tapscott e Williams sa bene a cosa mi riferisco.

Ho prodotto recentemente alcune riflessioni “Share to grow together” alla cui lettura vi rimando.

3 – Il mondo della politica usa ormai largamente i social network. Non sempre questi strumenti sono usati con efficacia.

Usare i social network non è indice di apertura e di bidirezionalità.

Il modo attraverso il quale le piattaforme web sono usate dalla Pubblica Amministrazione, dagli organi dello Stato e dalla politica (ma anche da molte imprese) è prevalentemente unidirezionale e verticale.

È l’opposto di quanto le architetture web e social consentirebbero. L’abusato “user generated content” si applica alla politica e alle Istituzioni? Penso proprio di no.

Lo sviluppo collaborativo del web (a partire dai mitici open data) necessita di una alfabetizzazione digitale della politica e delle Istituzioni, oltreché dell’imprenditoria, improntata alla consapevolezza delle virtù della reciprocità, della condivisione del sapere e della collaborazione.

Errando si usa ancora il termine egovernment. L’egovernment è il simbolo della “digitalizzazione dell’esistente”.

Purtroppo è ancora diffusa l’idea che l’attuale struttura di potere e organizzativa della Pubblica Amministrazione possa cambiare natura “semplicemente” introducendo il “digitale”.

Il “digitale”, soprattutto le architetture aperte delle piattaforme social necessitano, per dimostrare tutta la loro efficacia, di profondi mutamenti culturali e organizzativi.

Suggerisco di perseguire obiettivi di social government. L’egovernment appartiene ormai all’epoca dell’unidirezionalità.

4 – Se non vogliamo restare inermi di fronte all’imperativo “Change or die” e ai suoi risultati sociali darwinisti non ci si può ridurre a esortare al cambiamento. Se ogni trasformazione indotta dal “digitale” avviene velocemente e in modo disruptive, andranno concepite strutture di welfare che consentano a tutti di partecipare al cambiamento.

La gara è più bella e il risultato migliore e diffuso se tutti abbiamo le stesse possibilità di vincere.

Il “digitale” non è patrimonio di una setta di eletti che giudicano gli altri. Vi posso garantire che questa è l’immagine che molti “guru” italiani danno del “digitale”. In realtà molto parlano tra di loro senza essere ascoltati veramente da nessuno.

É l’architettura aperta che ci suggerisce che, più si diffonde l’uso e la cultura del digitale, più esso (il “digitale”) potrà dispiegare le proprie potenzialità.

L’efficacia del “digitale” non è il frutto di una somma di innovazioni, piuttosto è il risultato di una moltiplicazione di fattori diversi e concatenati tra di loro.

Per questo motivo l’istruzione “digitale” per tutta la vita assume un significato così importante.

Sono curioso di vedere le linee guida di riforma della scuola prodotte da Matteo Renzi. Certamente Internet andrà insegnato in tutte le scuole. Ma, cosa si insegnerà? Il contenuto dell’apprendimento e le modalità di insegnamento saranno decisive . E poi, chi insegnerà agli insegnanti?

Ricordatevi che non si è alfabetizzati digitalmente una volta per sempre.

Il “digitale” cambia così velocemente nelle sue diverse espressioni da produrre la necessità di una formazione costante per tutta la vita.

Anche di questi temi ho scritto recentemente un post “Se Renzi volesse riformare l’istruzione“.

5 – Operiamo per consentire l’affermarsi di agende digitali locali che consentano ai territori urbani di competere nel mondo della globalizzazione.

Da tempo sostengo che la chiave di volta per un affermarsi del “digitale” in Italia passa per l’innovazione “digitale” dei territori.

Le tanto abusate “Smart Cities“, sulle quali ho scritto due libri e infiniti articoli oggi vanno declinate, per diventare davvero operative,  in Agende Digitali Locali.

Cosa dobbiamo intendere per Agende Digitali Locali?

L’Agenda digitale deve pervadere il programma di mandato di un Sindaco. L’Agenda digitale si fonda almeno su tre filoni.

Essa è finalizzata ad entrare in sintonia con l’Agenda Digitale Europea (possibilità di accedere ai vari bandi di finanziamento).

L’Agenda digitale crea le condizioni affinché un’area urbana divenga attrattiva perché innovativa, perché inclusiva, perché i suoi cittadini vivono in ottime condizioni.

Per la realizzazione dell’Agenda Digitale sarà necessaria una attività di indagine e una forte attività di condivisione con Stakeholders e city user assumendo e vivendo – senza folklore -.le culture che provengono dai mondi dei coworker, degli hacker, dei maker.

Le conseguenti iniziative che una Amministrazione dovrà programmare saranno concettualmente integrate tra di loro.

A) Politiche di social government (precondizioni Istituzionali)

B) Alfabetizzazione digitale di tutta la popolazione (fattori abilitanti)

c) Politiche per l’infrastrutturazione I.T. (precondizioni infrastrutturali)

Successivamente si individueranno i filoni principali nei quali sperimentare prassi e prodotti innovativi.

Come si vede non ritengo che l’innovazione “digitale” in una città sia il frutto di una somma di innovazioni. A monte c’é bisogno di vision e di programmi che scatenino effetti moltiplicativi.

Qui mi fermo.

Devo ringraziare quella mamma e la sua figliola che, nel loro umano sentire, mi hanno costretto a riflettere mettendo così in discussione la mia autoreferenzialità digitale.

Sono convinto che, abbandonando la nostra superiorità, dovremmo indagare di più la “società reale” e discutere assieme a loro come il “digitale” potrà migliorare le loro vite.

Chissà se da queste riflessioni e, magari, con il vostro contributo ne potrà emergere un ulteriore libro. Giuro che ce la metterò tutta.

CHI VOLESSE LEGGERE I MIEI LIBRI SULLE SMART CITIES E SELL’AGENDA DIGITALE CLICCHI QUI

LE PRECEDENTI PUNTATE “STORIE DI PARRUCCHIERE E DI DISOCCUPATI DIGITALI” SI TROVANO SU QUESTO BLOG

Storie di parrucchiere e di “disoccupati digitali” (puntata numero 2)

Michele Vianello - disruptive

Sto pubblicando alcuni post sui rapporti che intercorrono tra il mondo analogico e l’economia digitale. In un post pubblicato ieri ho avanzato alcune prime riflessioni. Vi lascio ad altre riflessioni …. domani la terza puntata.Buona lettura. “Le nuove tecnologie che risolveranno le grandi sfide di oggi nasceranno molto  più probabilmente dalla collaborazione di molte persone attraverso le reti informatiche che in un garage. Saranno la politica e l’economia di queste reti a determinare il modo in cui le nuove possibilità si tradurranno in nuovi benefici per le persone comuni.”

b) Il nostro Paese, per progredire, ha un bisogno disperato di “digitale”, questa affermazione così netta rappresenta una mia convinzione assoluta. Dietro a questo aggettivo, perchédigitale” é solo un aggettivo, si nascondono molti concetti e molte attività umane. Dietro al termine “digitale” si nascondono molti aspetti della nostra vita che sono ormai permeati da questa….??? Stavo per dire erroneamente “tecnologia”. Ma il “digitale” non è una tecnologia. Il “digitale” rappresenta tante cose che attengono alla sfera della vita del genere umano. Per questo motivo l’approccio a Internet non può essere quantitativo. Più Internet non vuol dire nulla. Come e perché utilizziamo Internet diventa l’approccio più corretto. Meglio ancora, quale è l’architettura che sorregge l’uso delle reti? Cito, per comodità, cinque macro categorie di ragionamento per chiarire bene a quali concetti collegare l’aggettivo “digitale”..

1 – L’nfrastrutturazione digitale. L’infrastrutturazione digitale è quella precondizione senza la quale non é realizzabile alcunché. Per approfondimenti rimando al mio post “Politiche per la banda larga in Italia- Un interessante contributo”

2 – Le piattaforme digitali. Qui entriamo nel campo degli strumenti che abilitano all’uso di Internet e che hanno mutato le modalità di comunicazione tra gli esseri umani nonché i processi di costruzione e di diffusione del sapere. L’elenco delle piattaforme potrebbe essere lunghissimo: social network, ma anche i motori di ricerca, ma anche le app, ma anche gli algoritmi che consentono lo sviluppo dei Big Data. L’architettura delle reti digitali rientra in questa categoria. Essa determina l’uso del web, la democrazia del web.

3- I device digitali. In questa categoria c’é di tutto. Dai sensori che hanno reso possibile lo sviluppo di Internet of Things, ai “vecchi compagni” delle nostre vite passate ma, anche presenti. Questi “oggetti” hanno determinato il decollo e l’espansione dell’economia mondiale a partire dagli anni ’50 e ’60 del secolo scorso. Oggi le funzioni di questi “oggetti” vengono “integrate” tra di loro. Le funzioni di questi “oggetti” sono state implementate dal “digitale”. Pensate solo all’evoluzione del telefono. Orologi, televisori, automobili, tutti questi “oggetti” che accompagnano la nostra vita di ogni giorno stanno evolvendo le loro forme e le loro funzioni. In tutti questi “oggetti”, grazie al digitale, sta mutando la relazione che intercorre tra l’uomo e la macchina. Questi “oggetti” stanno a dimostrare che innovazione non è inventarsi un prodotto nuovo. Innovazione è, molto spesso, innovare “cose vecchie”.

4 – L’alfabetizzazione digitale. Una larga parte del nostro Paese soffre di uno stato di divide digitale. Non si tratta di un problema di “semplice” soluzione. L’analfabetismo digitale non si riduce ad un fattore generazionale. Il divide digitale genera “inconsapevolezza” nell’uso di Internet. Non basta dire +Internet e +Digitale. Dobbiamo imparare ad utilizzare efficacemente Internet. L’uso efficace e consapevole di Internet genererà valore economico e sociale, condivisione, ricchezza.

5 – Il welfare dell’economia digitale. Davvero si pensa di gestire un impatto così forte e, per certi versi disruptive, che attraversa ogni ambito    delle società contemporanee attraverso le strutture del welfare novecentesco? I sistemi previdenziali e pensionistici, i sistemi formativi che abbiamo conosciuto sono messi in discussione dall’avvento della   società digitale. La precarietà di molti lavoratori del digitale è riconducibile alla permanenza di una struttura di welfare esclusivamente “analogica” e a una idea pionieristica di impresa.

Il “digitale” in ognuna di queste macro categorie, infrastrutturazione, piattaforme, device, alfabetizzazione, welfare, nella sua rapida evoluzione e nel dispiegarsi delle interrelazioni, potrà generare – al pari di ogni altra innovazione – occupazione o disoccupazione, stabilità o precarietà.

La diffusione dei device mobili ha determinato contemporaneamente la fortuna di Apple e di Samsung, ma ha decretato anche la marginalità di Nokia e di Samsung. E tutto ciò si è verificato in pochissimi anni. Questo esempio si riferisce alla produzione digitale.

Una buona piattaforma di ecommerce concepita per le imprese artigiane le aiuterà a competere con efficacia. Ma, è la qualità e il prezzo dei beni prodotti dai nostri artigiani che farà la differenza. Il digitale può aiutarci in modo decisivo a far conoscere meglio le nostre merci.

Una massiccia dote di “digitale” nella nostra Pubblica Amministrazione genererà auspicabilmente efficienza e opportunità di sviluppo, maggiore inclusione nella società, una maggiore trasparenza nella vita amministrativa. È ciò che auspichiamo da molto tempo. Dobbiamo essere consapevoli, tuttavia, che l’”introduzione” pervasiva delle tecnologie digitali nella Pubblica Amministrazione italiana produrrà, in breve tempo, effetti disruptive sull’occupazione non gestibili con gli strumenti tradizionali di welfare.

Si produrranno così effetti positivi sui conti dello Stato, ma effetti negativi sui consumi di milioni di famiglie. Si genererebbe in questo caso espansione e contrazione.

Storie di parrucchiere e di “disoccupati digitali” (puntata numero 1)

Michele Vianello-analogico-digitale

Alcune riflessioni sui motivi per i quali l’economia digitale non potrà risolvere, da sola, i problemi del mondo

In questi giorni mi sono messo a riflettere sull’impatto del digitale sulle nostre economie e sulle nostre vite. Ne è uscito un lungo post. Ho deciso perciò di suddividerlo in tre puntate, Quella di oggi é la prima puntata.

Ho avuto occasione, qualche giorno fa, di intercettare il dialogo tra due madri.

Una delle due era soddisfatta perché sua figlia, dopo un corso di formazione, aveva trovato un lavoro come parrucchiera. Semmai la mamma era preoccupata perché, se sua figlia non avesse frequentato anche un corso da estetista, avrebbe avuto nel futuro meno sicurezze.

In una qualche misura questa riflessione, di una umanità sconvolgente, mi ha commosso e mi ha indotto a qualche riflessione.

Noi siamo sempre tutti tesi a ragionare del “digitale”, troppo spesso pensiamo a Internet come ad una medicina che guarirà tutti i mali del mondo.

Ci dimentichiamo che milioni di persone, come quella madre, non hanno un orizzonte di vita o obiettivi incentrati sullo sviluppo del digitale. La verità è che stanno bene lo stesso.

Il nostro mondo, troppo spesso, è autoreferenziale. Il nostro mondo si nutre delle sue certezze, magari “postate” su Facebook.

 

Il Corriere della Sera ha pubblicato un interessante articolo di Lucrezia Reichlin “L’epoca buia dei mezzi lavori”.

Nell’articolo la Reichlin commenta le osservazioni di Mario Draghi e di Janet Yellen (Governatrice della Federal Reserve).

Mi limito in questa sede a riportare questa osservazione. “Dice la Yellen … altri dati mostrano come -anche se la disoccupazione è in declino – ci sia un aumento della sotto occupazione, cioè del numero di coloro che lavorano poco perché non trovano un impiego a tempo pieno, e una diminuzione del tasso di partecipazione, cioè un aumento di coloro che il lavoro non lo cercano neanche più”

Anche se la Yellen si riferisce agli USA, questa analisi é largamente assimilabile anche all’Italia.

In questa situazione dell’economia mondiale, come leggiamo e inquadriamo le dinamiche dell’economia digitale?

Da troppe parti si fantastica che il “digitale” sia una risposta sia alla disoccupazione giovanile che al bisogno di innovazione di cui necessita disperatamente l’Italia.

Prevengo subito una osservazione. “Sei un consulente digitale. Chi te lo fa fare di introdurre questi distinguo e di complicarci la vita?” Proprio perché lavoro per una espansione “intelligente” del digitale sono interessato ad indagarne tutti gli aspetti, anche quelli negativi. Soprattutto, ritengo necessario che si valuti l’impatto del digitale su una economia in recessione e su una società “priva di certezze” e di “punti di riferimento”.

Non ritengo sia corretto illudere molti giovani con l’idea che fare una startup -magari digitale – sia una soluzione ai loro problemi di vita.

 

a) dall’analisi di Janet Yellen si rafforza l’idea che la disoccupazione e la precarietà vadano di pari passo.

Difficilmente sarà possibile rispondere alla “precarietà” che caratterizza il mercato del lavoro, anche quello digitale, utilizzando le regole previste dai vecchi contratti di lavoro e dallo Statuto dei lavoratori. Come capirete non sono un seguace della Camusso.

In tutti i casi il “digitale” può generare occupazione nelle grandi fabbriche -dove vigono le antiche tutele- come in una startup innovativa dove vige un regime di flessibilità.

All’opposto la “grande industria digitale” – che non è mai eguale a sé stessa (…vero BIG BLUE, vero CISCO?) – spesso produce disoccupati. I recenti casi di Microsoft, Nokia, Cisco, stanno lì ad indicare che “digitale” non sempre è sinonimo di sviluppo occupazionale.

D’altronde, startup, spinoff, “i vari competenti digitali”, rappresentano il mondo della precarietà, della sotto occupazione, delle Partite IVA.

Non basta diffondere le stampanti 3D e gli startupper per rispondere ad un bisogno che è assieme di lavoro (e questo non solo tra i giovani) e di tutele che non siano quelle irripetibili del secolo scorso.

E in tutti i casi, per molti anni, una parte rilevante della popolazione cercherà, come quella mamma, occupazione “gratificante” e “redditizia” in mondi che non c’entrano per nulla con il “digitale”.

Detto in altre parole, molte persone, se non saranno chiari i vantaggi del “digitale”  non saranno assolutamente interessate alla sua espansione. Il mondo digitale è troppo spesso “autoreferenziale” nonostante predichi le virtù della condivisione.

Politiche per la banda larga in Italia- Un interessante contributo

banda_larga_diffusione_italiaUn recente studio mostra che il livello del Pil pro capite aumenta di circa 3-4 punti percentuali una volta che gli investimenti nelle nuove reti a banda larga sono stati realizzati. Allo stesso tempo, un incremento della penetrazione della larga banda di 10 punti percentuali aumenta il tasso di crescita annuo del Pil pro capite di circa 1-1.5 punti percentuali. Non certo un incremento irrilevante, soprattutto di questi tempi. E inoltre, solo per la Germania è stato stimato che l’ampliamento della banda larga aprirebbe le porte a 541mila lavoratori per anno, sia diretti sia indiretti, per una crescita addizionale cumulata del Pil tedesco stimata in 33,4 miliardi in dieci anni.” Riporto queste considerazioni tratte dall’articolo “Banda larga, vademecum per Matteo Renzi” apparso su AffariItaliani.it. Vi invito a leggerlo. Considerazioni e idee assolutamente interessanti.

Tutti limiti di Facebook & company. La virtù del bannare i presunti “amici”.

Michele Vianello - social - share

 

Lezioni di condivisione

Partiamo dai limiti di Facebook

Da un approccio quantitativo all’affermazione della qualità nelle relazioni sui social network

Quando insegno l’uso dei social network ripeto ai miei “scolari”, fino alla nausea, che non è rilevante il numero dei like o dei follower che ognuno ha accumulato.

Ciò che è importante, sempre, anche nella vita materiale, è la qualità delle relazioni che si instaurano tra le persone.

Condividere è il sinonimo di regalare qualche cosa di te. Attraverso questo processo ogni “regalo” viene arricchito, viene contaminato, sia nel bene, come nel male. Non sempre le relazioni -condivisioni- generano effetti positivi.

Se mi chiedeste: “Hai 5000 amici su Facebook?”, sicuramente vi risponderei “no, non ho 5000 amici su Facebook”.

Nel tempo, 5000 persone hanno chiesto (o io ho chiesto) di accedere al mio wall, di essere mie “amiche”, di condividere con me “qualche cosa” della loro vita.

Il processo di condivisione innescato dai social network ha cambiato le relazioni sociali. È un fenomeno positivo “a prescindere”.

Valutando la qualità delle relazioni posso dire, senza esitazione, che esse non sono tutte soddisfacenti. Anzi!!!

Non è solo un problema di “cani” e “gatti” postati su Facebook.

La verità è che l’imbarbarimento della nostra società e delle nostre relazioni sociali si è inevitabilmente riverberata, senza mezze misure, anche nella piazza aperta offerta da Facebook.

Francamente sono molto infastidito da questo urlare continuo, dalla totale deresponsabilizzazione che viene assunta anche quando si tratta di argomenti delicati e controversi.

È giunto il momento, almeno per me, di dare un minimo di regole ai rapporti di “amicizia” che si sono instaurati nel tempo nel “recinto di sabbia”.

Se qualcuno, tra i miei ex “amici”, d’ora in avanti verrà bannato non si offenda.

Semplicemente i SUOI POST NON INCONTRANO I MIEI INTERESSI. Nella vita di ogni giorno, in strada come al bar, cerco di evitare le persone che non dialogano con me.

Naturalmente invito tutti ad applicare lo stesso criterio anche nei miei confronti.

Dieci relazioni interessanti (interessante non vuole dire essere sempre d’accordo, anzi…) valgono più di 5000 amici che non interagiscono o che postano filmati privi di alcun interesse.

Poiché affermo l’importanza della condivisione come cultura per crescere tutti assieme, applico a me stesso questi principi.

Come dico basta all’unidirezionalità, dico basta anche alla mediocrità, e all’urlo deresponsabilizzato.

Usiamo anche i social network per crescere ASSIEME.